Alle 19.34 del 23 novembre di quarantaquattro anni fa, novanta terribili secondi segnarono indissolubilmente l’Irpinia lasciando una ferita tuttora tangibile sul territorio. Il tempo si fermò e quella lunga e interminabile scossa causò numerose vittime, distrusse interi borghi, lasciando una scia di macerie e sfollati. Anche il patrimonio culturale fu una vittima silente della catastrofe e la statua di Pothos non ne uscì indenne.
L’opera faceva parte del complesso scultoreo che decorava la facciata della Dogana, un edificio di importanza strategica per la città di Avellino, restaurato per volere del principe Francesco Maria Caracciolo verso la metà del XVII secolo.
Durante il sisma del 1980 la statua, che già versava in uno stato di conservazione precaria, non resistette alle sollecitazioni e crollò rovinosamente dal tetto della Dogana riducendosi in numerosi frammenti, che prontamente furono recuperati e custoditi presso il Museo Irpino.
Grazie ad un attento e scrupoloso restauro volto a ripristinare la leggibilità e l’integrità dell’opera, coordinato dall’allora Soprintendenza Archeologica di Salerno, Avellino e Benevento e finanziato dall’Amministrazione Provinciale di Avellino, oggi la splendida statua, che rientra tra le 27 copie romane da originale greco attribuito allo scultore Skopas fino ad ora scoperte, si può ammirare nella sua interezza e perfezione nella sezione Archeologica del Museo.
La figura rappresenta Photos, il figlio di Afrodite e seguace di Dioniso, che insieme ai fratelli Eros e Himeros raffigura le tre diverse personificazioni dell’amore. Considerato un dio minore del corteo di Venere, Pothos incarna colui che si strugge per amore, travolto dal desiderio e dalla nostalgia per la persona amata che ormai è lontana. E Skopas, esponente di quella corrente romantica che segnò l’arte greca del IV sec. a.C., riuscì perfettamente a dare concretezza a questa idea di Amore, realizzando un giovane dalle fattezze molli, proteso verso sinistra che cerca un appoggio su di un fusto scanalato coperto da un voluminoso panneggio. Il giovane è in equilibrio precario, la sua posa va oltre il proprio punto della gravità, quasi ad afferrare qualcosa che è lontano, quel desiderio, quell’amore che però è irraggiungibile.
