Una finestra sull’antica Hirpinia


Nel quadro delle risorse culturali campane, la sezione archeologica del Museo Irpino, collocata al piano terra del Palazzo della Cultura, è una tappa obbligata per chi voglia accostarsi alla conoscenza del territorio e della sua storia antica.
Oltre ai reperti appartenenti alla collezione Zigarelli la sezione offre una vasta e ricca documentazione archeologica sulle varie fasi di insediamento in Irpinia, dalla Preistoria alla Tarda età romana, con un allestimento che segue un criterio storico- cronologico a cui si affianca una rigorosa collocazione geografica dei siti sul territorio con le specificità in età antica. Tra i vari nuclei espositivi che caratterizzano tale sezione, il materiale più importante è senza dubbio quello dedicato alla divinità italica Mefite, il cui santuario meta di pellegrinaggi e di offerte a partire dal VI secolo a.C., era localizzato nella Valle d’Ansanto nei pressi di Rocca San Felice. Il rinvenimento per eccellenza fatto nel luogo considerato dagli antichi “Porta d’ingresso agli Inferi” per le sue particolari caratteristiche geofisiche è stato una ricca stipe votiva costituita da oggetti d’ambra, d’oro, bronzo, statuette fittili e di legno, ceramiche, monete ed armi, per la maggior parte doni offerti alla dea.
Fra tutti questi materiali, il reperto più interessante e originale è il cosiddetto Xoanon, una statua di legno ben conservata rinvenuta nel torrente adiacente al lago di gesso e metano che sorgeva ai piedi del santuario. Un corpo allungato a forma di stele con due linee incrociate incise all’altezza del petto, braccia accennate e un volto triangolare su cui spiccano due occhi spalancati sono le caratteristiche della statua che, probabilmente, rappresentava un uomo irpino-sannita nel suo tipico abbigliamento.
Un altro nucleo espositivo di particolare rilievo è quello costituito dai reperti provenienti dalla necropoli preistorica di Madonna delle Grazie, nel territorio di Mirabella Eclano, che si inserisce nel complesso mosaico delle testimonianze relative alla presenza in Irpinia della cultura eneolitica cosiddetta del “Gaudo” (dal nome della contrada Gaudo a Paestum, luogo dei primi ritrovamenti assimilabili a questa facies culturale), risalente al III millennio a.C. Tra le sepolture ad inumazione, ad una o due celle scavate nel tufo, spicca la cosiddetta “Tomba del Capo Tribù”, rinvenuta negli anni ‘60 da Oscar G. Onorato. Accanto al defunto in posizione rannicchiata sono visibili lo scheletro di un cane, un ricco corredo di vasi ad impasto, armi in selce, oggetti in metallo ed un bastone in pietra spezzato nettamente in due parti, identificato come il bastone di comando, simbolo del potere di quest’uomo. Nell’atrio, lungo i corridoi e nelle ultime sale sono conservati reperti di Età romana, provenienti da due centri irpini di rilievo in questa fase: Aeclanum e Abellinum. Tra gli oggetti di uso quotidiano, gli elementi architettonici, le ceramiche, i vetri, gli intonaci, le monete e tanto altro materiale rinvenuto ad Aeclanum, città importante in quanto attraversata dalla via Appia, la cosiddetta “Regina viarum”, spiccano soprattutto le numerose statue in marmo, come quella del Niobide che decoravano l’impianto termale realizzato intorno al II secolo d.C. Da Abellinum, centro costruito nella fertile valle attraversata dal fiume Sabato, in posizione ideale per il controllo del transito tra il territorio beneventano e quello salernitano, provengono altrettanti reperti di Età romana, ma di grande interesse è sicuramente un pavimento in mosaico policromo del III – IV secolo d.C. Probabilmente decorava un grande vano di un edificio pubblico o di una domus nobiliare e viene definito mosaico “a stagioni”, per la presenza di un’allegoria dei periodi dell’anno. Rinvenuto durante i lavori di costruzione di una strada negli anni ’60 del secolo scorso, misura all’incirca 41 metri quadrati ed è solo una metà dell’intero pavimento.
ione offre una vasta e ricca documentazione archeologica sulle varie fasi di insediamento in Irpinia, dalla Preistoria alla Tarda età romana, con un allestimento che segue un criterio storico- cronologico a cui si affianca una rigorosa collocazione geografica dei siti sul territorio con le specificità in età antica. Tra i vari nuclei espositivi che caratterizzano tale sezione, il materiale più importante è senza dubbio quello dedicato alla divinità italica Mefite, il cui santuario meta di pellegrinaggi e di offerte a partire dal VI secolo a.C., era localizzato nella Valle d’Ansanto nei pressi di Rocca San Felice. Il rinvenimento per eccellenza fatto nel luogo considerato dagli antichi “Porta d’ingresso agli Inferi” per le sue particolari caratteristiche geofisiche è stato una ricca stipe votiva costituita da oggetti d’ambra, d’oro, bronzo, statuette fittili e di legno, ceramiche, monete ed armi, per la maggior parte doni offerti alla dea.
Fra tutti questi materiali, il reperto più interessante e originale è il cosiddetto Xoanon, una statua di legno ben conservata rinvenuta nel torrente adiacente al lago di gesso e metano che sorgeva ai piedi del santuario. Un corpo allungato a forma di stele con due linee incrociate incise all’altezza del petto, braccia accennate e un volto triangolare su cui spiccano due occhi spalancati sono le caratteristiche della statua che, probabilmente, rappresentava un uomo irpino-sannita nel suo tipico abbigliamento.
Un altro nucleo espositivo di particolare rilievo è quello costituito dai reperti provenienti dalla necropoli preistorica di Madonna delle Grazie, nel territorio di Mirabella Eclano, che si inserisce nel complesso mosaico delle testimonianze relative alla presenza in Irpinia della cultura eneolitica cosiddetta del “Gaudo” (dal nome della contrada Gaudo a Paestum, luogo dei primi ritrovamenti assimilabili a questa facies culturale), risalente al III millennio a.C. Tra le sepolture ad inumazione, ad una o due celle scavate nel tufo, spicca la cosiddetta “Tomba del Capo Tribù”, rinvenuta negli anni ‘60 da Oscar G. Onorato. Accanto al defunto in posizione rannicchiata sono visibili lo scheletro di un cane, un ricco corredo di vasi ad impasto, armi in selce, oggetti in metallo ed un bastone in pietra spezzato nettamente in due parti, identificato come il bastone di comando, simbolo del potere di quest’uomo. Nell’atrio, lungo i corridoi e nelle ultime sale sono conservati reperti di Età romana, provenienti da due centri irpini di rilievo in questa fase: Aeclanum e Abellinum. Tra gli oggetti di uso quotidiano, gli elementi architettonici, le ceramiche, i vetri, gli intonaci, le monete e tanto altro materiale rinvenuto ad Aeclanum, città importante in quanto attraversata dalla via Appia, la cosiddetta “Regina viarum”, spiccano soprattutto le numerose statue in marmo, come quella del Niobide che decoravano l’impianto termale realizzato intorno al II secolo d.C. Da Abellinum, centro costruito nella fertile valle attraversata dal fiume Sabato, in posizione ideale per il controllo del transito tra il territorio beneventano e quello salernitano, provengono altrettanti reperti di Età romana, ma di grande interesse è sicuramente un pavimento in mosaico policromo del III – IV secolo d.C. Probabilmente decorava un grande vano di un edificio pubblico o di una domus nobiliare e viene definito mosaico “a stagioni”, per la presenza di un’allegoria dei periodi dell’anno. Rinvenuto durante i lavori di costruzione di una strada negli anni ’60 del secolo scorso, misura all’incirca 41 metri quadrati ed è solo una metà dell’intero pavimento.